Ci sono esperienze della nostra infanzia che, guardate oggi con gli occhi dell’adulto, possono sembrarci piccole, normali o perfino insignificanti.

Quando parliamo delle ferite del bambino interiore, credo sia importante ricordare proprio questo: ciò che lascia una traccia non dipende soltanto da ciò che è accaduto, ma anche dal modo in cui quell’esperienza è stata vissuta.

Possiamo ricordare un genitore spesso assente e dirci che lavorava tanto, ripensare a una madre poco affettuosa e sapere che probabilmente non aveva mai imparato a mostrare il proprio affetto, oppure ricordare una frase che ci ha feriti e riconoscere che chi l’ha pronunciata non aveva alcuna intenzione di farci male.

Oggi abbiamo spiegazioni che allora non avevamo, ed è proprio qui che, secondo me, rischiamo di perdere qualcosa di importante.

Quando diciamo “adesso capisco perché si comportava così”, lo facciamo con la consapevolezza dell’adulto che siamo diventati, con la possibilità di conoscere ciò che stava accadendo nella nostra famiglia, le difficoltà che i nostri genitori stavano attraversando e persino parti della loro storia che allora ci erano completamente sconosciute.

Il bambino o la bambina che eravamo, però, non aveva tutto questo.

Se papà era assente perché preoccupato per il lavoro, poteva conoscere soltanto la sua assenza; se mamma faceva fatica a mostrare affetto, poteva sentire soprattutto quanto avrebbe desiderato quell’abbraccio; se una frase era stata pronunciata in un momento di rabbia, non poteva conoscerne tutte le ragioni, ma poteva sentire quanto quelle parole facessero male.

Ed è questa distinzione che mi interessa.

Non per tornare indietro e stabilire chi avesse ragione o torto, e neppure per trasformare ogni ricordo difficile in una ferita, ma per riconoscere qualcosa di molto più semplice e, allo stesso tempo, molto profondo:

i fatti appartengono alla nostra storia, ma il modo in cui li abbiamo vissuti appartiene alla nostra esperienza.

E le due cose non sono sempre la stessa cosa.

 

Ferite del bambino interiore: perché la stessa esperienza può lasciare tracce diverse?

Una delle cose che mi sta facendo riflettere di più è quanto sia facile pensare che a uno stesso evento debba corrispondere una stessa conseguenza.

Eppure, non funziona così.

Due bambini possono crescere nella stessa famiglia, avere gli stessi genitori e attraversare apparentemente le stesse esperienze, ma raccontare, una volta adulti, due infanzie profondamente diverse.

Un bambino non vive soltanto ciò che accade. Lo vive attraverso la propria sensibilità, il momento che sta attraversando, ciò di cui avrebbe bisogno, le risorse che ha intorno a sé e, soprattutto, attraverso il significato che quell’esperienza assume dentro di lui.

Pensiamo, per esempio, a un genitore che per un periodo è molto impegnato e poco presente.

Un bambino potrebbe vivere quella distanza continuando a sentirsi amato e al sicuro, perché magari ci sono altri momenti nei quali riceve presenza, rassicurazione e affetto. Un altro potrebbe sentire quella stessa assenza come: “Non sono abbastanza importante perché tu rimanga con me.”

Il fatto esterno può essere molto simile. Il vissuto no.

Ed è quel vissuto che può lasciare una traccia.

La stessa cosa può accadere davanti a una critica. Per qualcuno può rimanere semplicemente una critica: ho sbagliato qualcosa. Per qualcun altro può trasformarsi lentamente in qualcosa di molto più profondo: sono io a essere sbagliato.

È una differenza enorme.

Ed è anche per questo che credo sia poco utile confrontare le nostre ferite con quelle degli altri o dirci frasi come “in fondo non mi è successo niente di così grave”, “c’è chi ha vissuto molto peggio” oppure “i miei genitori mi volevano bene”.

Tutto questo può essere vero e, allo stesso tempo, può essere vero anche ciò che abbiamo sentito.

Riconoscere il proprio vissuto non significa negare la realtà degli altri. Significa smettere di usare quella realtà per invalidare la propria.

Ed è proprio da qui che possiamo iniziare a guardare in modo diverso anche alcune reazioni che abbiamo oggi.

 

Quando il passato entra nel presente

Il passato non torna sempre sotto forma di ricordo.

Molto più spesso entra nella nostra vita attraverso il modo in cui reagiamo a ciò che ci accade oggi.

Qualcuno non risponde a un messaggio e il fatto, in sé, è semplicemente questo: non ha risposto.

Eppure, dentro di noi può accadere molto di più.

Possiamo iniziare a pensare di aver fatto qualcosa di sbagliato, chiederci se quella persona sia arrabbiata, sentire il bisogno di controllare il telefono, ripercorrere mentalmente l’ultima conversazione oppure arrivare rapidamente alla conclusione che non le importi davvero di noi.

A quel punto non stiamo più vivendo soltanto un messaggio senza risposta. Stiamo vivendo anche ciò che quel silenzio significa per noi.

Lo stesso può accadere quando qualcuno ci critica. Possiamo ascoltare ciò che ci viene detto, valutarlo e decidere se ci appartiene oppure no. Ma può anche succedere che una semplice osservazione tocchi qualcosa di molto più profondo e che, improvvisamente, non sentiamo più “ho fatto qualcosa che non va”, ma “non vado bene io”.

Oppure una persona prende le distanze.

Nel presente potrebbe avere bisogno di spazio, essere impegnata, attraversare un momento difficile o semplicemente desiderare qualcosa di diverso da quella relazione. Ma se dentro di noi quella distanza incontra una parte che conosce molto bene la paura di essere lasciata, ciò che sentiamo può diventare enormemente più grande di quello che sta accadendo in quel momento.

Questo non significa che ogni emozione intensa appartenga al passato.

A volte siamo feriti perché qualcosa nel presente è realmente doloroso. Una mancanza di rispetto rimane una mancanza di rispetto, un rifiuto può fare male, una perdita può farci soffrire.

Credo però che possa essere interessante imparare a domandarci:

Sto reagendo soltanto a ciò che sta accadendo adesso, oppure quello che sta accadendo sta toccando anche qualcosa che conosco già?

Non si tratta di analizzare continuamente ciò che proviamo o di andare alla ricerca di una ferita nascosta dietro ogni emozione, ma di imparare, poco alla volta, a riconoscere ciò che appartiene al presente e ciò che invece il presente può aver risvegliato dentro di noi.

Perché la persona che abbiamo davanti può aver fatto qualcosa che ci ha feriti realmente e, nello stesso tempo, può aver sfiorato un punto che era già sensibile, qualcosa che porta con sé una storia molto più antica di quella relazione.

Accorgercene non rende meno vero ciò che stiamo provando. Al contrario, può aiutarci ad ascoltarlo più profondamente e a comprendere che cosa, in quel momento, sta davvero chiedendo la nostra attenzione.

 

Ascoltare non significa giudicare

Quando iniziamo a riconoscere che alcune reazioni di oggi possono avere radici più lontane, può nascere quasi automaticamente il desiderio di cambiarle. Vorremmo non avere più paura, non sentirci più così vulnerabili davanti a certe situazioni, smettere di reagire in un determinato modo e poter finalmente dire: questa cosa l’ho superata.

È un meccanismo che conosco bene, perché per molto tempo anch’io ho guardato alcune parti di me in questo modo.

Quando qualcosa che credevo di aver risolto tornava a farsi sentire, invece di chiedermi che cosa stesse cercando di mostrarmi, la mia prima reazione era spesso il giudizio.

Possibile che sia ancora qui?

E quella domanda, apparentemente innocua, conteneva già l’idea che quella parte di me non avrebbe più dovuto esserci.

Oggi sento sempre meno il bisogno di parlare di qualcosa da “superare”. Mi interessa molto di più imparare a osservare ciò che torna, ascoltarlo e riconoscere che, se continua a farsi sentire, probabilmente ha ancora qualcosa da raccontarmi.

Questo vale anche quando torniamo con lo sguardo al bambino o alla bambina che siamo stati.

Un bambino non si domanda se abbia il diritto di sentirsi solo, rifiutato o non amato. In quel momento è semplicemente ciò che sente.

E credo che una delle cose più importanti che possiamo fare oggi sia smettere di chiedergli di giustificare quelle emozioni con gli strumenti dell’adulto che siamo diventati.

Possiamo sapere che i nostri genitori ci amavano e riconoscere che in alcuni momenti non ci siamo sentiti amati. Possiamo comprendere le difficoltà che stavano attraversando e, nello stesso tempo, dare spazio alla solitudine, alla paura, alla rabbia o al dolore che abbiamo provato.

 

Le due verità possono esistere insieme.

Accogliere quel vissuto non significa accusare qualcuno, né rimanere imprigionati nel passato. Significa poter dire a quella parte di noi:

“Quello che hai sentito è esistito. Adesso posso ascoltarlo senza dirti che avresti dovuto sentirti diversamente.”

Ed è da questo punto, secondo me, che può cominciare qualcosa di nuovo.

 

Guardare la propria storia con occhi diversi

Forse il punto non è riuscire a stabilire una volta per tutte che cosa ci abbia feriti e perché, e nemmeno ricostruire perfettamente il passato.

Ci sono ricordi che cambiano nel tempo, particolari che abbiamo dimenticato e domande alle quali probabilmente non avremo mai una risposta. Ma possiamo incontrare ciò che quella storia ha lasciato dentro di noi oggi.

Possiamo accorgerci di quando una distanza ci fa sentire improvvisamente soli, di quando una critica sembra mettere in discussione tutto il nostro valore, di quando abbiamo bisogno di essere rassicurati o di quando, al contrario, ci allontaniamo prima ancora che qualcuno possa farci male.

E invece di domandarci subito “Perché sono ancora così?”, possiamo provare a cambiare domanda:

“Che cosa sta cercando di proteggere questa parte di me?”

È una domanda che non pretende di aggiustarci e non ci chiede di trovare immediatamente una risposta. Ci invita semplicemente a fermarci abbastanza da ascoltare.

Perché ciò che abbiamo vissuto non può essere cambiato, ma può cambiare il modo in cui oggi ci relazioniamo a quella storia.

E magari, proprio quando smettiamo di giudicare il bambino o la bambina che siamo stati con gli occhi dell’adulto che siamo diventati, possiamo finalmente incontrarlo per quello che era: qualcuno che stava cercando, con gli strumenti che aveva, di sentirsi amato, visto, accolto e al sicuro.

I fatti appartengono alla nostra storia. Il vissuto appartiene a noi. E forse è proprio da lì che vale la pena o meglio la gioia, cominciare ad ascoltare.